SBATTERE LE MANI

All'eremita della città tutto è sempre dato, ma niente è mai concesso. Nel senso che egli deve essere in grado di vivere in tutte le situazioni che avvengono in città, senza mai concedersi ad esse, fossero anche il meglio e l'ottimo per lui. Niente deve attaccarsi a lui, e lui non deve attaccarsi a niente, pur vivendo in tante cose, e in tutto ciò che gli passa accanto e tra le mani. Ma queste sue mani devono restare non solo pulite, ma soprattutto libere...anzi, libranti come fossero ali, per renderlo agile, leggero e libero nella pesantezza della grande città. Lui deve sbattere sempre le mani, per scrollare da esse qualunque cosa, qualsiasi situazione, ogni tipo di passione e di sensazione, ogni genere di affetto e di effetto. Sbattere le sue mani per essere in grado di volare sopra la città e custodirla, e individuarne le possibilità e i limiti, per evidenziare le emergenze e raggiungerle, per aiutare la città e chi vi abita a librarsi oltre i confini della stessa, e ad andare oltre, più avanti e più in alto. Sbattere le mani per essere libero e liberatore, per suscitare liberazione, per liberare tutto ciò che la città vorrebbe ogni giorno avere tra le mani, e possedere, e avere, e godere in se stessa. Sbattere le mani come ali per fornire l'energia adatta a superare la stasi della manualità fattasi idolo, della materialità fattasi peso, del consumismo fattosi dio. Sbattere la mani gratis, per amore e per avere in dono solo e sempre più la gioia di essere eremita della città e per augurarsi che la città possa avere una coscienza sempre in sintonia con ciò che l'eremita sta additando sbattendo le proprie mani. 

MISCREDENZA

L'eremita non è affatto colui che crede, che ha fede certa e sicura, no. In città lui è chiamato a condividere la fede di chi crede e l'ateismo di chi non crede, a pari densità, in un equilibrio che è equidistanza dagli uni e dagli altri, mettendolo nella capacità di dialogare con entrambi e di aver a che fare in modo eguale e senza pregiudizi e distinzioni con loro. Ma anche l'identità dell'eremita in città, diversamente di quella dell'eremita nel deserto, richiede da una parte il credere come dubbio e non come certezza, e il non credere come possibilità sempre alle porte. Questa identità rispecchia pertanto la ricerca che nella città avviene ogni giorno, e ha bisogno di un appoggio sia nel primo come nel secondo caso. Avere tendenza verso la fede piuttosto che verso l'ateismo o viceversa farebbe perdere identità all'eremita e non avrebbe una piena sintonia con il sentire della città. Questa equidistanza equilibrante inoltre permette all'eremita di governare con umiltà ma con chiarezza il vivere umano, servendolo in un governo umile, accogliente, sincero e premuroso, aperto all'ascolto e senza il pregiudizio che sia il credente che l'ateo si portano appresso. Questa miscredenza è la vera e propria "governance" di cui ha bisogno la città e che richiede indirettamente all'eremita con la sua presenza, che altrimenti risulterebbe alquanto tetra, lugubre e passiva. Invece, con questa miscredenza umile e gioiosa, l'eremita aiuta la città ad essere in cammino sempre più verso la giustizia, la verità e la pace.

(AMALG)AMARE

L'eremita di città può avvalersi di una miriade di ingredienti e di un sacco di ricette, che recupera ad ogni angolo e ad ogni crocicchio delle vie. Tutte le occasioni della città vengono raccolte da lui in una grande marmitta invisibile ma efficacissima nel frullare e amalgamare e ridurre al nulla tutto, proprio tutto, anche quello che sembrava sicuro, assodato, impenetrabile e indistruttibile agli occhi della città. Ogni cosa che l'eremita incontra, nella quale si imbatte o con la quale combatte, deve essere al più presto calata in questa marmitta spirituale che riduce al nulla le cose che sono, per lasciare solo l'essere, l'identità in quanto tale, quella pura e vera: quella dell'eremita e anche quella della città. Senza questa operazione, l'eremita e insieme a lui anche la città si deformano sempre più, assumendo l'identità ora dell'una o dell'altra cosa, a seconda di quella che gli interessi mondani e economici fanno passare davanti agli occhi. In questa marmitta del nulla riparte il cammino quotidiano e rinnovante dell'eremita e della città, uniti e amalgamati nell'amare senza condizioni e ricatti, senza pretese e interessi. L'amalgamare fa apparire l'amare per quello che è, e non per quello che viene presentato falsamente e parzialmente. L'amalgamare ha come effetto di saziare l'eremita e la città di un cibo energetico prodotto con la sacralità di questo nulla che tutto fa crescere, alimenta e sorregge nella fragilità ma anche nella bellezza della fatica quotidiana dell'eremita e della sua città, amanti/amalgamanti in una simbiosi serena e equilibrata che ha il sapore di un preparato prelibato e sopraffino che in apparenza è un prodotto umano, ma in realtà è un dono divino.

VIBRAZIONE

Tutto ciò che vive nella città non possiede una qualità che solo l'eremita della città può dare: la vibrazione. In realtà, in città esistono i vibratori, ma solo per fare sesso e piacere a volontà e oltre ogni limite, cercando di dare senso e valore a quello che si ritiene capacità di fare amore, ma che manca in effetti dell'amore autentico. Proprio per questo, oltre gli strumenti vibratori per avere più sesso del dovuto e più piacere oltre ogni limite, ecco che l'eremita offre un altro tipo di vibrazione: quella del cuore, dell'animo e della mente, che poi si riversa, in modo autentico e naturale, equilibrato, anche nella sessualità. Dare una vibrazione alle tonalità dell'amore nei suoi vari aspetti, è compito onorevole e valevole oltre ogni cosa, e l'eremita lo sa, e con la sua presenza nelle varie situazioni della città alle quali è spesso invitato offre questa possibilità in dono. Far vibrare le situazioni, come fosse una corda di chitarra o di strumento simile, per far sentire il suono e l'armonia della musica del cuore. L'eremita vibratore non è più strumento, ma occasione di comunione con chi accoglie questa vibrazione e si unisce a lui per vivere in concerto tutte le azioni, i pensieri, le parole della città. Una città vibrante musica d'amore diventa allora la comunità umana, realizzando un concerto di sintonia prima ancora che di sinfonia. Così, l'eremita della città vibrante opera il miracolo del passaggio da usare uno strumento per far l'amore, a essere strumenti vibranti di amore quotidiano, per far crescere la città di vibrante fede, speranza, carità e soprattutto di umanità. 

PULSANTE

La città è strapiena di cose e situazioni le più svariate e colorite, ma hanno un gran difetto: sono fredde, senza quel tocco sanguigno e vivo che contraddistingue le cose più antiche e nello stesso tempo le più moderne. L'illusione del luccichio e del brillare dei brillanti in tutti i sensi, che siano oggetti o personaggi, fanno della città un covo lugubre e freddo, una grotta in balia di pipistrelli, anche se, apparentemente, tutto sembra procedere al meglio, al massimo, a gonfie vele. Ecco a questo punto entrare in scena l'eremita, con un grande compito: quello di far pulsare tutte le cose o le persone che incontra, dando un tocco, facendosi proprio pulsante, accendendo il cuore delle realtà della città. Non è questione certo di quantità, di dare qualcosa in più, anzi, è semmai più urgente il togliere; è invece il tocco della qualità che l'eremita è chiamato a far pulsare come animo, spirito, senso e valore ad ogni realtà della città. L'eremita pulsante non solo accende, ma anche spegne, proprio a mo' di pulsante, ogni cosa, proprio per evidenziare di cosa la città sia priva, e quindi fredda e buia, e poi accende, per mostrare alla città quell'atmosfera che le necessita per procedere al meglio, all'ottimo, al bene di ognuno e di tutti. L'eremita è il cuore della città, e proprio come il cuore si fa sistole: si contrae e si fa piccolo e umile; e poi, come la diastole, si dilata: si apre a tutto e a tutti, in un'apertura di orizzonte, invitando anche la città a pulsare, ad essere come il cuore per questa nostra fredda umanità.

BIOPSIE

Ed ecco che l'eremita della città si avvale anche del sistema medico per analizzare e medicare le falle di questa umanità. Il suo agire infatti diventa un cogliere un particolare, come una cellula dell'agire o del pensare della città, per dargli il giusto potenziale o sistemarlo al meglio, come se lo curasse in salute. Il suo cogliere non è apprezzato certamente il più delle volte, anzi lo si insulta con un termine dispregiativo nel suo cogliere: "coglione", in quanto lo si vede come invadente e non rispettoso dell'agire della città. Ma questo suo raccogliere la biopsia dell'agire, del dire e del pensare della città lo fa essere un raccoglitore della realtà, per renderla migliore, per curarla e per darle la giusta direttiva e il valore adeguato. Proprio come nel caso di un medico non compreso e disprezzato, ma che comunque cura al meglio, così l'eremita della città pone in atto un cammino di progresso umano, spirituale e sociale che rigenera anche il tessuto malato di questa società. Per cogliere queste biopsie, chiaramente occorre all'eremita uno sguardo attento e un occhio penetrante, resi possibili grazie agli strumenti che proprio il progresso della città fornisce a chi è alla ricerca. Questa ricerca, chiaramente, per l'eremita ha il senso contrario a quello che cerca la città, e proprio per questo, oltre a non essere subito compresa, appare come l'opera più rivoluzionaria e rinnovante che la città non sempre è in grado di accogliere.

SCROSTATINE

La città pur con tutte le sue modernità e il suo progresso appariscente in realtà si trova rivestita e racchiusa in una sorta di calcare spirituale e disumanizzante che la soffoca e la tiene strettamente prigioniera e impossibilitata a rinnovarsi. Proprio per questo il compito dell'eremita di città è quello di scrostare a poco a poco e con pazienza e meticolosità questa rocciosa corteccia, per far riemergere e respirare l'umanità racchiusa sotto queste mentite spoglie. Piano piano, crosta dopo crosta, ponendo in essere preziose e efficaci pensieri, parole e azioni, l'eremita passa e dà il tocco del restauratore e del rinnovatore, togliendo polvere e incrostazioni che non permettono alla città di vedere e di essere vista per quella che è. Un'azione meticolosa e particolarmente minuziosa, che richiede attenzione, delicatezza, rispetto e pazienza, soprattutto pazienza. E' anche, in questo senso, un tocco sul vivo, e non più in superficie, e al momento la città con il suo involucro che in tanti anni si è fatto solido e impenetrabile resiste e rifiuta tale azioni, in nome di una tradizione da difendere e di un "si è sempre fatto così, perchè cambiare?". Ma l'eremita non si deve arrendere, sapendo di fare cosa non certo piacevole e gradita, ma di effetto salvifico, valevole e rinnovante, proprio come nel caso di un'operazione chirurgica. Scrostare pian piano la superficie della città farà apparire ed emergere una nuova umanità.